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Assalto militare a furgone Polizia: pioggia di fuoco su agenti

A Gallarate, in provincia di Varese, qualcuno avrà pensato di trovarsi di fronte a una troupe cinematografica che stava girando un fil, un poliziesco. Invece era tutto vero. Paura compresa. Un furgone della Polizia penitenziaria è stato letteralmente preso d’assalto da un commando armato che, dopo aver aperto il fuoco e intimato l’alt agli agenti, è riuscito a liberare un detenuto che stava per essere trasferito dal carcere al Tribunale di Busto Arsizio.

Subito è scattata una vasta caccia all’uomo per cercare di rintracciare l’auto usata dai malviventi, una Volkswagen Polo di colore nera. Il detenuto liberato, secondo le prime informazioni, sarebbe un albanese. Due persone sono rimaste ferite: un agente e un membro del commando: secondo i soccorritori del 118 non sarebbero gravi.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/varese-assalto-furgone-polizia-penitenziaria-detenuto-evade-988636.html

Sembra che non sia un reato commesso da immigrati. Ne fanno talmente tanti, che può capitare un errore de IlGiornale.

Stuprata, uccisa e data alle fiamme da zingaro rom

LOCRI (Reggio Calabria) 21 settembre 2013 – È un giovane rom l’assassino di Tatiana Kuropatyk, la badante ucraina violentata, uccisa e poi date alle fiamme nella spiaggia di Brancaleone, nella Locride. Si chiama Gianluca Bevilacqua, ha 21 anni ed ha confessato il delitto, dopo una notte d’interrogatorio. Ha ucciso in preda ad un raptus. Il ragazzo ha detto di aver notato l’ucraina sulla spiaggia, mentre da sola stava prendendo il sole. La donna si sarebbe accorta di quell’individuo che con fare sospetto cercava insistentemente un approccio. Tatiana ha cercato aiuto telefonando ad una sua amica alla quale ha confessato che qualcuno la stava importunando. Poi il silenzio.

TENTATA VIOLENZA – Gianluca Bevilacqua l’ha sorpresa alle spalle ed ha cercato di violentarla, già sulla spiaggia. La donna ha tentato di difendersi, ma il suo aggressore l’ha colpita alla testa con un bastone. Tatiana ha perso i sensi. L’uomo l’ha quindi trascinata in un posto isolato, coperto da canneti e qui l’ha violentata. Gli inquirenti dicono che il ragazzo non è scappato subito. Voleva probabilmente capire se la donna fosse ancora in condizioni di reagire. Ha atteso qualche ora, poi quando la donna ha ripreso i sensi, l’ha ancora una volta colpita con il bastone. L’autopsia dirà se la donna è morta subito o se la sua è stata una lenta agonia. Bevilacqua cha pensato di averla uccisa ed è tornato a casa, a Brancaleone.Ha buttato i vestiti imbrattati di sangue e poi, forse preso dal panico, ha raccontato tutto alla madre. Il giorno dopo il ragazzo si è nuovamente recato sul posto della violenza portandosi dietro una tanica di benzina. Voleva bruciare il corpo di Tatiana per far sparire le tracce. Non c’è riuscito perché le fiamme sono state spente dalla pioggia.

SEGNALATO – In passato Gianluca Bevilacqua era stato “segnalato” per alcuni episodi di “disturbo” a giovani donne. Suo fratello Leonardo è stato arresto qualche anno fa quando, ancora minorenne, abusò di una donna di 54 anni. I carabinieri del gruppo di Locri e quelli della Compagnia di Bianco hanno detto che nel corso dell’interrogatorio il giovane assassino ha mantenuto un atteggiamento “glaciale”. Ha raccontato i fatti, senza segni di pentimento. Un particolare importante in questa triste storia è stato il comportamento mantenuto dalla famiglia del giovane e dai suoi compaesani. Tutti hanno contribuito alla ricerca della verità. E questo ha permesso di stringere in breve tempo il cerchio attorno all’assassino.

http://www.corriere.it/cronache/13_settembre_20/locri-omicidio-badante-ucraina-arrestato-assassino_fcc95b88-21f4-11e3-ab6f-bfdc65ad0b93.shtml

Tipico rom integrato, con nome e cognome italiani e magari anche la cittadinanza.

Roma: sono tornati i ‘lavavetri’

Quanti “vaffa” ricevuti. Quante liti con gli automobilisti furibondi e sempre più insofferenti alle loro avance. Quante inzuppate dello stesso spazzolone in quell’acqua fetida che sembra fango. Quante auto al semaforo viste fermarsi e ripartire senza essere riusciti a lavargli il vetro. Quanti verde-arancione-rosso e poi ancora verde-arancione-rosso. Col sole e con la pioggia, in centro come in periferia. Sono tra noi ma facciamo finta di non vederli, sono come noi ma ci sembrano così diversi.

Ombre senza volto, sagome claudicanti che si muovono tra i parafanghi delle nostre auto pronte a ripartire, e che se anche crepassero in quell’istante, molti farebbero finta di non vedere e se ne andrebbero come se niente fosse.

Sono loro, l’esercito dei lavavetri, un’orda di poveracci nuovamente tornati a Roma, provenienti da chissà dove, che per racimolare qualche spicciolo si piazzano agli incroci delle strade e tendono verso di noi il loro spazzolone grondante melma con la promessa di regalarci una visuale migliore.

Il rifiuto, però, è quasi sempre automatico. Il solo rapporto esistente tra noi e loro è quello che c’è tra l’uomo e le zanzare, ma più li scacciamo e più ritornano brandendo ogni volta con rinnovata determinazione il loro utensile da lavoro all’indirizzo del nostro parabrezza.
Spesso evitiamo addirittura di fermarci troppo a ridosso della macchina davanti per lasciare lo spazio necessario a ripartire quando si avvicinano. Lo capirà o no che lo voglio sporco il vetro ?

In principio erano i polacchi, memorie di fine anni ottanta, adesso vengono da ogni parte del globo.
Li trovi ovunque a Roma, ma in alcune zone la percentuale è decisamente più alta.

Il quadrante Nord della città, ad esempio, è una di quelle a maggiore densità. Una vera invasione.
Si spartiscono il territorio con la capillarità di un’organizzazione criminale, anche se a fine giornata il bottino sarà tutt’altro che pingue, e perfino il boss più sprovveduto realizzerebbe che il business non è dei più proficui.

Ma chi sono questi stakanovisti del semaforo ? Dove vivono, con chi vivono, cosa fanno quando non “lavorano” ?

All’incrocio tra Lungotevere Flaminio e Ponte Duca d’Aosta, in zona stadio Olimpico, poco prima di Piazza Mancini, chiediamo a uno di loro se gli va di raccontarsi. Ovviamente gli proponiamo un corrispettivo per il disturbo, non vorremmo causargli un danno da mancati incassi.
Ci accordiamo per cinque euro, anche se siamo convinti che neppure in un’intera mattinata di lavoro riuscirebbe a mettere insieme quella cifra.

Si chiama Ion, è un padre di famiglia di etnia rom e vive – ci spiega – nel campo nomadi di via Sebastiano Vinci, zona Trionfale-Torrevecchia, poco prima dei terreni dove una volta sorgevano le strutture ormai dimesse della A.S. Monte Mario.
Per la verità Ion non è il classico lavavetri, lui vende accendini, ma è lo stesso.

E’ basso, grassoccio e ha la bocca coperta da due enormi baffoni neri. Sembra Super Mario. Ha un fare sorridente, spigliato, e la faccia rassicurante da buon padre di famiglia. Lo osservi e te lo immagini la sera a casa, dopo cena, che si mette la figlioletta sulle ginocchia per farsi raccontare com’è andata a scuola.

“Ho cinquantaquattro anni, da diciannove vivo in Italia. Di giorno vendo accendini e la sera torno a casa da mia moglie e i miei figli. Non mi interessa quanti soldi faccio in una giornata, anche se cerco di vendere più accendini che posso, perché quello che conta alla fine è essere felici a casa con le persone che ami.”

Riesci a mantenere la tua famiglia con quello che guadagni ? “Da noi il concetto di famiglia non è come lo intendete voi. Noi siamo tutti una grande famiglia, ci si aiuta a vicenda, e quando uno non ce la fa gli altri gli vanno in soccorso. Siete voi quelli strani. Famiglie ristrette. Padre, madre, figli, e se uno dei due viene licenziato non gli rimane che sbattere la testa contro il muro. Sì, certo ci sono i genitori, i suoceri, ma se stanno male pure loro, o se sono morti, è finita. Da noi invece il problema non esiste. Se guadagno io aiuto gli altri, se guadagnano gli altri aiutano me.”

Non c’è che dire, una vera e welfare society in salsa rom.

Sull’altra sponda del Tevere, all’incrocio tra Ponte Duca d’Aosta e Lungotevere Maresciallo Diaz, c’è un altro semaforo dove incontriamo un lavavetri nel senso più tradizionale del termine.

Jeans macchiati, camicia a mezze maniche scolorita, pelle olivastra. Proponiamo anche a lui una breve intervista, ma stavolta il prescelto non sembra avere molta voglia di parlare, e a nulla serve la nostra proposta di un “onorario”.

Svoltiamo a destra e imbocchiamo la galleria Giovanni XXIII in direzione Trionfale.

In via di Torrevecchia, all’incrocio con via Commendone, tra l’area del mercatino e il parco pubblico, incontriamo un altro lavavetri al quale proponiamo la solita breve intervista. Anche lui non sembra molto propenso a “sbottonarsi”, però negli occhi gli si legge, oltre alla sorpresa per il fatto che qualcuno si interessa a lui, anche una voglia immensa di raccontarsi e chiedere aiuto.

E’ un ragazzone di colore abbastanza alto e robusto. Gli promettiamo che non ci vorranno più di cinque minuti e che gli faremo solo tre o quattro domande, ma riusciamo a vincere la sua riluttanza solo quando gli offriamo una colazione al bar lì vicino.

Non parla per niente l’italiano, solo l’inglese. Ci chiede preoccupato se la sua faccia finirà in TV ma lo rassicuriamo dicendogli che siamo della carta stampata (non ci avventuriamo a spiegargli cos’è un quotidiano on-line, anche se magari già lo sa) e che non faremo foto.

“Mi chiamo Benson, ho 32 anni e vengo dal Ghana” – ci spiega – “vivo sulla Prenestina insieme ad altri come me, e mangio e dormo grazie alla Caritas.”
Gli chiediamo da quanto tempo vive in Italia. “Sono arrivato un anno e mezzo fa. Nel mio paese ho perduto padre, madre e tre fratelli, tutti morti per malattia. Adesso mi rimangono solo un fratello e una sorella, che vivono ancora lì, anche loro in povertà.”

Alla domanda su come è giunto qui da noi non vuole rispondere, però prosegue: “Sto cercando un lavoro, un lavoro vero intendo. Va bene tutto, fare le pulizie, fare le consegne, cucinare in un ristorante. Qualsiasi cosa. Sono una persona onesta” – conclude – “e vorrei tanto dimostrare che di me ci si può fidare.”

Di più non ci racconta, anche perché forse di più non c’è molto. Con gli occhi sembra implorarci di fare qualcosa, è triste, affranto. Ci chiede di sentire in giro se cercano qualcuno. Vorremmo dirgli che non siamo in America, vaglielo a spiegare che è già difficile per noi.

Lo guardiamo con una pena pari almeno alla voglia che avremmo di aiutarlo, però non abbiamo il coraggio di sbattergli in faccia la cruda realtà e spezzare così quella breve illusione.

Perché in fondo, perdere la speranza è un po’ come morire. E qualcuno che ti chiede come stai, può aiutarti ad arrivare al giorno dopo.

http://www.vignaclarablog.it/2013091024593/erano-spariti-ma-sono-tornati-i-lavavetri/

«Non uscirò di casa per un bel po’. È una vergogna che Modena sia diventata questa»

«Urlavo a più non posso, cercavo aiuto. Non c’era nessuno, un deserto, nessuno che potesse aiutarmi, soccorrermi, fare qualcosa. Questa è stata la grande angoscia. Sono terrorizzata e arrabbiata: sarà difficile che torni ad uscire di sera». Un agguato, una brutale aggressione: una signora che stava raggiungendo la propria abitazione in centro è stata assalita alle spalle, scaraventata per terra e rapinata della borsetta. Poco dopo la mezzanotte, corso Canalchiaro, lunedì di Pasqua. Benedetta Benedetti, affermato e conosciutissimo medico modenese di 60 anni, ha appena trascorso una serata in casa con un gruppetto di amiche in un appartamento lungo viale Muratori, all’altezza circa dell’ex questura. Lei, che abita in via dei Servi, aveva deciso di andare piedi. Prima di cena non pioveva ancora, il tratto era breve, niente auto. La piacevole serata volge al termine, la dottoressa, vista la pioggia che stava imperversando, si fa accompagnare da un’amica che però, non abitando in centro, la lascia nel punto più vicino, cioè l’imbocco di Canalchiaro sui viali. Benedetta scende dall’auto e s’incammina con la sua borsa di coccodrillo. «C’era freddo, pioveva forte, non c’era nessuno. Stavo sul marciapiede, volevo solo arrivare a casa e tenevo lo sguardo basso, tanto non c’era nulla in giro. Poi, camminando, nel mio basso campo visivo entrano quattro gambe. Alzo leggermente lo sguardo, vedo due stranieri, con delle specie di eskimo con cappuccio tirato su, diretti verso il parco. Uno aveva la barba. Non erano neri, ma dire di quale nazionalità straniera fossero è davvero difficile».

«Faccio qualche passo, sono all’altezza del sagrato della chiesa di San Francesco – spiega Benedetta – e mi trovo all’improvviso delle mani sulla bocca, sugli occhi. Erano quei due. Mi hanno aggredito alle spalle. Io, terrorizzata, inizio ad urlare. Sento che tirano la borsa, io per una reazione istintiva non la mollo, la tengo stretta e continua a cercare aiuto con le urla. Loro intanto tiravano, verso il parco, e quindi sono stata praticamente trascinata per parecchio metri, sino ad arrivare all’altezza del seminario. Lì il manico della borsa ha ceduto, si è spezzato e io sono finita per terra, violentemente. Mi sono fatta male al ginocchio. Ma non ho sentito subito la botta, anzi, mi sono rialzata e ho iniziato a inseguire i due. Li ho rincorsi urlando, vedevo che erano fuggiti verso il parco. Poi, e questo lì per lì mi ha fatto ancora più paura, ho sentito un uomo che diceva «signora, signora, aspetti…» e l’ho visto avvicinarsi. Ho pensato fosse un complice e per me sarebbe stata la fine». Invece si trattava di un ristoratore della zona che era andato al distributore automatico in Calle di Luca a prendere le sigarette e che aveva sentito le mie urla. È stato molto gentile». Un po’ di sostegno, almeno, il medico lo aveva trovato. Benedetta è la sorella di Eli Benedetti, giornalista, portavoce di Schifani, capogruppo del Pdl al Senato. «L’unica cosa che mi era rimasta era il cellulare perché lo avevo in tasca. Ho chiamato mia figlia, mio fratello. Non rispondevano, poi ho provato con l’amica dove abbiamo trascorso la serata ed è andata bene». Nel frattempo è arrivata la polizia. «Professionali e gentilissimi – dice Benedetta – nella borsa avevo casualmente tutto, anche il ricettario medico con i timbri. Chiavi di casa, chiavi dello studio medico, libretti degli assegni, carte, 400 euro: tutto sparito, dovrò cambiare tutte le serrature. E non uscirò di casa di sera per un bel po’. È una vergogna che Modena sia diventata questa».

 

http://gazzettadimodena.gelocal.it/cronaca/2013/04/03/news/donna-aggredita-trascinata-e-rapinata-1.6811609

Parma: pioggia di denaro per il Campo Nomadi

Campo nomadi, “serve una manutenzione straordinaria”
ParmaDaily.it
In risposta all’interrogazione (PG 195277 del 22 novembre) del consigliere Alessandro Volta sulla situazione Campo Nomadi si informa che, nelle scorse settimane, l’Amministrazione ha dedicato alla questione la massima attenzione e ha valutato tutte le