Zingaro tortura mamma e figli e impicca il cane al termosifone

11-12-2015

PADOVA. Quando la polizia di Treviso aveva smascherato una banda di rapinatori ritenuta responsabile di una serie di colpi in alcuni supermercati, nel giugno 2010 era stato arrestato L.M., oggi 39 anni origine sinti di Monselice, una residenza a Padova in un alloggio Ater, moglie e quattro figli a carico.
Ma anche nel luglio 2004 era finito in cella con un’altra banda di rapinatori che prendevano di mira istituti di credito: stavolta in seguito a un’indagine dei carabinieri di Vicenza. L’altro giorno nuova ordinanza di custodia cautelare per l’uomo, sollecitata dal pubblico ministero padovano Roberto Piccione e firmata dal gip Margherita Brunello.
Un’ordinanza con la quale si contestano i reati di maltrattamenti in famiglia, sequestro di persona, violenza sessuale e maltrattamenti contro gli animali. Le vittime? La moglie e i figli, la prima nata nel 1999 e l’ultimo nel 2014, da almeno cinque anni bersagli di violenze, torture e sevizie quotidiane compiute solo per noia e per divertimento.
Senza risparmiare il cagnolino di casa.

Era un padre-padrone L.M.. Di più. Era un aguzzino che amava trascorrere il “tempo libero” infierendo fisicamente sui suoi “cari” senza trascurare la figlia minore, destinataria di “carezze” morbose totalmente estranee a qualunque forma di affetto paterno. E senza dimenticare il piccolo cane di famiglia, finito impiccato sul termosifone davanti ai figli atterriti. Da qualche giorno L.M., alle spalle precedenti per furto oltreché per rapina, si trovava in cella: ormai a buon punto dell’inchiesta, il pm Piccione aveva trasmesso gli atti al tribunale di Sorveglianza, responsabile di aver autorizzato qualche mese fa la scarcerazione di L.M., con la concessione dell’affidamento in prova ai Servizi sociali. Il risultato? Il ritorno a casa. Ma se un detenuto tradisce la fiducia accordata dai giudici commettendo reati, è scontato che ogni misura alternativa sia subito revocata com’è successo in questo caso.

E in cella è arrivata la sorpresa, la notifica della misura cautelare.A fare scattare l’inchiesta affidata alla Squadra mobile, è stata la 16enne: non ne poteva più di quel padre, solo di nome. Così a settembre si rivolge al recapito di “Telefono Azzurro” e racconta quello che succede tra le pareti domestiche. Una sequela di violenze inaudite, ricostruite punto per punto da tre figli (un maschio e due femmine, tranne il piccolino di appena un anno) interrogati di fronte al gip Brunello alla presenza del pm, dell’indagato e del suo difensore (l’avvocato Riccardo Benvegnù) nell’ambito di un incidente probatorio, meccanismo di anticipazione della prova processuale. Il che significa che i ragazzi potranno non partecipare all’eventuale processo perché il verbale del loro interrogatorio vale come prova in aula. «Quando si faceva la doccia, ci costringeva ad asciugargli i piedi…», hanno raccontato, «Poi ci costringeva a picchiarci tra noi mentre lui guardava. E se fingevamo, erano cinghiate… Capitava che ci bruciasse con la fiammella dell’accendino sotto le ascelle. E se si svegliava nel cuore della notte, ci costringeva a fargli da mangiare… Più volte per diverse ore ha chiuso la mamma legata, e anche noi, dentro un armadio».

Non basta: figli costretti a stare per ore in ginocchio davanti al padre che li frustava, chiamati «schiavi, p…, stupidi»; figli presi a cinghiate affinché piegassero la schiena forse in segno di riverenza verso l’uomo e, ancora, figli costretti a subire morsi al naso e alle braccia e a stare zitti quando il padre, con una pinza, storceva loro il dito. «Un giorno ha legato mani e piedi nostra madre, l’ha torturata con un cacciavite e le ha passato sull pelle la fiamma dell’accendino» hanno ancora rammentato. E la bambina più piccola, oggi 12enne? Il papà (si fa per dire) usava il suo seno come un cuscino dove affondare la testa e fare altro come se quel rapporto filiale non esistesse, mentre lei, terrorizzata, subiva. «Un giorno ha infilato il collare del guinzaglio al nostro cane e lo ha impiccato al termosifone… E rideva. Un’altra volta lo ha chiuso in lavatrice.

Abbiamo provato a difenderlo ma lui ci picchiava» si sono sfogati tra le lacrime i ragazzi, ospiti in una comunità protetta insieme alla mamma da fine ottobre, «Faceva tutto questo per divertimento. Per noi c’era una sberla al giorno: voleva sentirsi onnipotente. Quando non sapeva cosa fare diceva: “Passiamo il tempo… vi picchio”».

 

http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2015/12/10/news/torturava-moglie-figli-e-il-cane-finisce-in-cella-1.12594695

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