Bimba frustata da islamici con filo elettrico perché non prega Allah

17-05-2017

Frustata con il filo elettrico, legata a una sedia per punizione, costretta a svegliarsi all’alba per pregare. Sono le violenze e le umiliazioni alle quali una coppia di egiziani, imputati a un processo per maltrattamenti a Torino, avrebbero costretto la loro figlia di 10 anni. In aula oggi ha testimoniato un’insegnante della piccola rivelando paure e lamentele dell’alunna. «Preferisco morire, che vivere in questo modo», avrebbe detto la bambina raccontando alla maestra cosa dovevano subire lei e i suoi quattro fratelli, tra i 2 e i 18 anni, costretti a vivere in una camera molto piccola, senza riscaldamento e con il bagno sul ballatoio.

I minori sono stati affidati a una comunità, mentre la madre e il padre, 37 anni lei e 44 anni lui, sono a processo. «La ragazzina spesso aveva delle crisi: – ha raccontato l’insegnante – diventava tutta bianca, tremava, sveniva. Avevamo addirittura messo un materassino in classe, per poterla soccorrere. In due occasioni, a novembre 2014, l’abbiamo portata in ospedale. Abbiamo provato a parlare con la mamma, ma con scarsi risultati».

I servizi sociali avevano iniziato a seguire la famiglia nel 2011. La mamma e il papà, però, nel 2012 avevano portato i figli in Egitto, ed erano tornati a Torino solo nel 2014. «Questo è un procedimento su cui incide la matrice culturale. Una storia lunga e complessa, che si sviluppa in un contesto di estrema povertà economica e dove ci sono due genitori che utilizzano mezzi di correzione severi. Oggi non si usano più, ma non sono sicuramente violenze», ha detto l’avvocato Guido Ernesto Savio, difensore della coppia. «I miei assistiti, che verranno sentiti nelle prossime udienze, negano tutte le accuse».

«Questa non è una questione culturale – ribatte l’avvocato di parte civile Emanuele Martini – Questi episodi vanno oltre la semplice sgridata. Ci sono le percosse, le punizioni corporali, le umiliazioni che hanno influito profondamente sulla psiche di questi ragazzi». Ragazzi che, secondo gli assistenti sociali, sono «devastati». I figli, tranne la più piccola, di appena due anni, che vive con la madre, sono stati affidati a una comunità.

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